againstdarkness

31 marzo 2006

OpenSource: Deduzioni fiscali per chi usa Software Opensource?

Su gentile concessione di Apogeonline

Nei giorni scorsi il Center for American Progress, think-tank progressista con base in Washington, DC, ha lanciato una proposta che interessa direttamente l’ambito informatico, e che sta facendo discutere parecchio online. Sotto il titolo di An Open Source Tax Credit, il centro ha diffuso una ricerca che pone al governo statunitense una richiesta apparentemente inconsueta ma innovativa: la riduzione delle tasse per i singoli che si dedicano allo sviluppo di programmi open source. Definizione quest’ultima che più correttamente dovrebbe essere software libero, viste le ampie caratteristiche che vengono citate nella ricerca stessa (software che può essere liberamente scaricato e usato, con il codice visibile e modificabile dall’utente).

Un’idea che ha come obiettivo primario l’incoraggiamento dello sviluppo e della diffusione del codice aperto, nonché il livellamento del terreno tra l’ambito individuale e la moltitudine di software house esistenti. Secondo gli estensori della proposta, un simile tax credit avrebbe costi minimi per il Tesoro federale con il vantaggio invece, nei tempi medio-lunghi, di ampi ritorni per l’economia nazionale, e per quella software in particolare. Per non parlare della grossa spinta simbolica che una simile decisione offrirebbe soprattutto rispetto all’innovazione, elemento-chiave di questo settore trainante.

Il cuore del ragionamento seguito dai due esperti del centro che hanno redatto il documento, John Irons e Carl Malamudsi, si basa sul fatto che mentre le aziende e i liberi professionisti possono dedurre le spese connesse allo sviluppo di software libero o proprietario che sia, non così per i semplici individui. Questi ultimi, in altri termini, non hanno modo di scalare alcuna spesa relativa alle risorse utilizzate nel lavoro volontario di sviluppo di Free Libre Open Source Software, il quale andrebbe invece equiparato ad altre deduzioni e crediti riservati al singolo contribuente. Il valore del tempo donato da quest’ultimo non verrebbe calcolato, in maniera simile a quanto avviene per donazioni di beneficenza. Tuttavia le spese vive, tipo le tariffe per il web hosting, il deprezzamento di capitali in uso (computer, periferiche) e le spese di viaggio per partecipare a convegni legati allo sviluppo di software, e altri costi di base, andrebbero dedotti nella misura del 20%.

Le premesse cruciali di quest’iniziativa tornano altresì utili per ribadire la crescita positiva del settore: nel 2004 si stima che 1,2 milioni di cittadini statunitensi abbiano contributo in qualche modo a progetti open source—solo SourceForge.net, l’archivio più esteso, ne contiene oltre 100.000. Il software libero, spiega ancora il documento, è parte essenziale delle operazioni di centinaia di milioni di computer intorno al mondo ed è diventato il fulcro dell’infrastruttura di Internet. Senza contare che il codice aperto stimola la creazione di nuovi pacchetti anche in ambito proprietario, e viene usato negli ambiti più disparati. A fronte di questi aspetti positivi, esiste invece un chiaro squilibrio per quanto concerne gli incentivi fiscali tra le aziende for-profit e i singoli sviluppatori. E la Open Source Tax Credit mira proprio a riportare equilibrio in questo contesto.

Diffusa a ridosso della scadenza annuale per la denuncia dei redditi (negli Stati Uniti è il 15 aprile), la notizia ha attivato un’ampia serie di commenti, con una buona parte di addetti ai lavori che dimostra scetticismo sull’effettiva implementazione, pur lodando l’iniziativa in sé. Qualcuno propone invece al governo, nel caso dovesse essere d’accordo con la premessa di base del documento (l’importanza del software libero per l’economia) di commissionare progetti specifici ai programmatori. Analogamente, c’è chi si spinge più in là, suggerendo che tutto il software realizzato per il governo, o che comunque riceva fondi statali, venga rilasciato sotto una licenza copyleft o quantomeno compatibile con la GNU GPL.

La nota comunità di Slashdot non risparmia, come al solito, commenti assai motivati sul tax break, così viene scioltamente definita la proposta. C’è chi chiede quali sarebbe i criteri per essere ammessi alle deduzioni: gli sviluppatori che abbiano fornito contributi rilevanti? Oppure solo i lead developer? E, ampliando leggermente la questione, per chi dona il codice a un’organizzazione nonprofit, tipo la Free Software Foundation, ciò vale come somma deducibile al pari della beneficenza? Tutte domande rilevanti e dettagliate, a testimonianza dell’attenzione riservata dalla comunità a queste ed analoghe questioni economiche. Inclusa la doccia fredda che qualcun altro non esista a lanciare: «sembra più qualcosa di cui sia facile abusare, consentendo a qualsiasi programmatore di dedurre il 20% di tutto l’hardware che ha acquistato…. Oppure, vogliamo che sia il governo decidere cosa vada qualificato come open source e cosa no?»

Filone questo tutt’altro che nuovo, la poco gradita ingerenza governativa, il quale sfocia in un’argomentazione diffusa: qualsiasi tax break o sussidio statale è una cattiva idea perché offrirebbe al governo la scusa di poter controllare la direzione di qualsiasi progetto di Floss che possa arrivare a guadagnare qualcosa. E pone lo sviluppatore in una strana posizione nel caso quel software violi qualche norma vigente – scenario tutt’altro che utopico, viste ad esempio le restrizioni imposte dal Digital Rights Management e la relativa proliferazione online di programmi liberi e gratuiti atti ad aggirare tali restrizioni.

Comunque sia, l’attenta analisi del Center for American Progress ha il merito, tra gli altri, di lanciare una sorta di ponte tra i singoli programmatori, la comunità di sviluppo e le strutture politico-amministrative—e non è poco, in un settore high-tech troppo spesso dominato dai giganti e potentati. Oltre che suggerire delle linee-guide concrete per una tendenza che potrebbe trovare pratica applicazione in futuro, e non solo negli Stati Uniti. Ovviamente sempre tenendo conto degli opportuni suggerimenti “dal basso” e sfruttando al meglio l’idea di fondo per cui l’offerta di incentivi a sostegno del Floss finirebbe per incrementare l’efficienza economica del settore e finanche dei paesi coinvolti.

29 marzo 2006

Italia.it. La storia del portale scomparso costato 45 milioni di euro

Ne avevamo già discusso ai tempi dell'apertura del progetto soffermandoci sull'onerosa cifra che tale progetto Internet richiedeva: ben 45 milioni di euro. A distanza di due anni, non possiamo ancora commentare nè tecnicamente nè a livello di marketing se questi soldi sono stati spesi bene, perchè qusto portale non esiste ancora.

Di cosa stiamo parlando esattamente? Del portale Italia.it, fiore all'occhiello della nostra attuale amministrazione pubblica che viene riportato anche a pagina 36 del libretto che il Governo ha inviato alle famiglie con il titolo "L'innovazione digitale per le famiglie". Il sito viene definito come "Un portale nato per promuovere l'offerta turistica via internet e il patrimonio culturale, ambientale e agroalimentare italiani" e che permette alla famiglie italiane e agli stranieri interessati di organizzare le proprie vacanze in Italia.

Il problema è che se si apre tale sito, a distanza di ben due anni, compare una schermata che richiede login e password caratteristica dei portali ancora in costruzione dove possono entrare solo i tecnici che ci stanno lavorando. La situazione si fa ancora più grave se pensiamo che il 9 marzo scorso il ministro per l'Innovazione, Lucio Stanca, ha firmato un decreto che dispone uno stanziamento di 21 milioni di euro "per l'ulteriore evoluzione del portale nazionale del turismo".

Il nuovo investimento è stato sottoscritto per finanziare le amministrazioni regionali per l'attività di creazioni di contenuti relativi alle proprie città e località di interesse turistico. Ma come possono inserire tali dati se il portale non è ancora online? Repubblica.it lo ha definito giustamente un "sito fantasma", come dargli torto? Anche Beppe Grillo dal suo blog è intervenuto nel suo blog per commentare la situazione, definendolo il "portale scomparso".

Riassumendo brevemente la vicenda, il progetto è stato avviato nel marzo del 2004 ed affidato ad Innovazione Italia che ha assegnato parte dell’appalto a Ibm, Its e Tiscover. I primi 20 milioni erano stati stanziati per creare la piattaforma digitale, inserire i primi contenuti e pubblicizzare il sito in tutto il mondo. I successivi 25 milioni, co-finanziati dalle Regioni, sarebbero serviti, in collaborazione con le associazione di categoria per creare nuovi contenuti dettagliati.

Occorre sottolineare che l'idea del Governo era assolutamente buona in quanto l'intero progetto avrebbe permesso di avvicinare numerose istituzioni turistiche ad internet, in maniera particolari residence, alberghi, campeggi che in Italia utilizzano Internet per promuovere la propria attività e ricevere prenotazioni solo per il 5% contro il 35% del livello europeo.

Continuiamo, comunque, la storia di Italia.it. Lo scorso dicembre l'amministratore delegato di Innovazione Italia, Roberto Falavolti, annunciava che "entro gennaio 2006 potrebbe essere online la prima versione del sito in due o tre lingue, con contenuti limitati". Siamo arrivati ad oggi e il sito non è ancora online.

Interpellato da Repubblica.it, Roberto Falavolti spiega che "La piattaforma digitale è stata ultimata, anche se il consorzio continuerà a lavorarci fino a luglio '07. Ora spetta al ministro Stanca stabilire quando presentare il portale. Una decisione che sarà presa dopo aver sentito il parere del Comitato nazionale per il turismo". E alla domanda: ma quando sarà attivo Italia.it? "Una prima versione in italiano sarà pronta a breve, ma non saprei indicare con precisione una data".

Dunque, Italia.it è finito, il 9 Marzo il Ministro Stanca ha disposto un ulteriore stanziamento di denaro pubblico, ma il sito è ancora offline. Nel frattempo, Francia e Spagna, solo per citare due Nazioni vicine a noi, hanno lanciato con ottimi risultati i rispettivi portali turistici nazionali Franceguide.com e Spain-info, anche perchè, le ultime statistiche, affermano che un terzo dell'e-commerce mondiale è basato sull'acquisto di viaggi e biglietti aerei online con un aumento del 30% annuo.

La domanda sorge spontanea: ma almeno per le vacanze di quest'anno il portale Italia.it (che tra l'altro è un bellissimo nome di dominio) sarà disponibile?

27 marzo 2006

Nuova grafica di Google

La nuova grafica di Google in anteprima


Il giovanissimo Salvatore Aranzulla, giovane informatico 16 enne pubblica ancora una volta una indiscrezione molto interessante: alcuni screenshot del nuovo layout di google.



Il giovanissimo Salvatore Aranzulla, giovane informatico 16 enne pubblica ancora una volta una indiscrezione molto interessante: alcuni screenshot del nuovo layout di google.

Google sta lavorando sul suo nuovo layout grafico da circa gennaio di quest'anno e solo in pochi fortunati beta-testers hanno potuto provare e vedere la nuova grafica.

Come potrete vedere anche voi la grafica è sempre semplice, con la novità di una colonna a destra.

Salvatore spiega nel suo sito che " Mio cugino Marcus è stato uno dei fortunati visitatori, che stanno testando la nuova grafica. Studiando i cookie del suo computer, sono riuscito a capire come è possibile testare la nuova grafica in esclusiva (!!) anche se non si è uno dei visitatori eletti. Ho fatto i miei test con Firefox"

E poi Salvatore spiega come poter vedere la grafica in anteprima sui nostri singoli computer

Per poterlo visualizzare nel proprio browser è quindi necessario modificare il cookie delle preferenze su google.com (o google.it). La procedura proposta è stata eseguita con Firefox sfruttando l’estensione "Add N Edit Cookies".

- Aprite Mozilla Firefox
- Installate Add N Edit Cookies e riavviate il browser
- Andate su Strumenti/Cookie Editor
- Allargate se necessario la finestra dell'estensione
- Cancellate i cookie "PREF" di Google (scrivete nel campo di testo "goog" e cliccate Filtra/Aggiorna)
- Cliccate su Aggiungi per creare uno nuovo cookie come descritto sotto (e poi salvate)

Nome: PREF
Contenuto: ID=fb7740f107311e46:TM=1142683332:LM=1142683332:S=fNSw6ljXTzvL3dWu
Server: www.google.it (cambiate ovviamente il dominio in base alla lingua)

Dopo aver aperto www.google.it, provare ad eseguire una ricerca e vedrete la nuova grafica.

Per vedere uno screenshot della nuova grafica, senza fare le operazioni descritte sopra, si può andare qui:
http://www.salvatore-aranzulla.com/wp-content/contenuti/googlenuovo21.gif

E vi ricordiamo anche il link del sito di Salvatore Aranzulla che merita di essere visitato spesso: http://www.salvatore-aranzulla.com/

21 marzo 2006

Banda larga bene universale

Adicunsum chiede che la banda larga in Italia venga considerato un servizio universale

I movimenti per i diritti dei consumatori sono mobilitati per far sì che il legislatore risconosca anche per la banda larga venga riconosciuta, al pari della telefonia, lo status di servizio universale

I movimenti per i diritti dei consumatori sono mobilitati per far sì che il legislatore risconosca anche per la banda larga (ADSL, HDSL, SHDSL, ed altri X-DSL, nonchè fibre ottiche, Connessioni Wireless, etc.) che consente la trasmissione veloce di informazioni telematiche venga riconosciuta, al pari della telefonia, lo status di servizio universale.


L'obiettivo è, infatti, la lotta al digital divide ed il riconoscimento della piena accessibilità ad internet per tutti i cittadini.

Le conseguenze che comporta tale scelta legislativa sono ampiamente documentate ed illustrate nel comunicato stampa presente sul sito del Movimento difesa per il Cittadino che qui di seguito vi postiamo.

"Riconoscere la banda larga "servizio universale" al pari della telefonia.

E' la proposta di Paolo Landi, segretario generale Adiconsum per superare il digital divide, permettendo a tutti i cittadini, indipendentemente dal territorio in cui vivono e dalle condizioni economiche in cui versano, di usufruire di tale servizio; di aumentare la concorrenza, perché in caso di servizio inadeguato consentirebbe al consumatore di cambiare operatore: di ridurre le tariffe.

Per Adiconsum, affinché il consumatore sia messo in condizione di confrontare le proposte commerciali delle varie aziende, i contratti devono riportare: l'indicazione dell'effettiva velocità di connessione e non dell'ipotetica velocità massima possibile.

Il consumatore deve pagare per l'effettivo servizio descritto e non per quello promesso! la descrizione del tipo di servizio offerto (scarico di foto, video, musica, ecc.) e della velocità alla quale è garantito; gli estremi per la risoluzione del contratto da parte del consumatore in ogni momento a fronte di un servizio inadeguato; la possibilità di ricorrere a forme conciliative di risoluzione del contenzioso attraverso le associazioni consumatori o i Corecom"

Condividiamo in tutto questo comunicato anche se ci permettiamo si rimarcare il fallimento dei tentativi conciliativi nei confronti degli operatori di telefonia e dati.

Molto più auspicabile sarebbe invece un procedimento di natura giustiziale-contenziosa da esperire innanzi all'autorità garante per le TLC (AGCOM), sulla falsariga del procedimento contenzioso che si intraprende innanzi al Garante per la privacy.

L'esperienza degli ultimi anni ha infatti insegnato che i tavoli conciliativi spesso vengono disertati dagli operatori e che, nelle località ove non sussistono associazioni di consumatori riconsciute, i rimedi alternativi al CORECOM di composizione delle controversie risultano assolutamente inidonei.

I procedimenti innanzi al Garante per la protezione dei dati personali risultano particolarmente celeri e si concludono con un provvedimento vincolante per la parte intimata, alla stregua di come dovrebbe avvenire per i contenziosi innanzi agli operatori.

09 marzo 2006

L'idrogeno: una risorsa per il futuro

L'idrogeno: una risorsa per il futuro

Economia a Idrogeno

Nei paesi industrializzati, l’economia dell’idrogeno sta diventando l’obiettivo verso cui puntare in termini di sviluppo tecnologico nel settore energetico per il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. L’idrogeno non è di fatto una fonte primaria di energia, ma un "vettore energetico"; può costituire infatti un valido mezzo di accumulo dell’energia da utilizzare poi in modo distribuito ed ecologico nel territorio.

Il ciclo dell’idrogeno è riassumibile nelle seguenti fasi:

L’esigenza di produzione dell’idrogeno per estrazione da altre molecole, per lo più fonti fossili o acqua, rende tale risorsa un “vettore energetico” più che una fonte primaria, capace di produrre e di immagazzinare energia da fonti rinnovabili a lungo termine. Le difficoltà di trasporto e stoccaggio dell’idrogeno dipendono dalla sua bassa densità energetica, dall’alta esplosività, infiammabilità e richiedono, pertanto, infrastrutture marine, stradali ed aeree sicure ed economicamente accettabili, nonché capaci di garantire il trasporto.

Le tecnologie per la conversione dell’idrogeno si avvalgono di sistemi:

  • a conversione elettrochimica, che convertono direttamente l’energia di un combustibile in elettricità e calore;
  • a combustione, che sfruttano i motori convenzionali a combustione modificati per funzionare efficientemente con idrogeno o con miscele di idrogeno e gas naturale.

L'idrogeno è stato utilizzato in sicurezza, per molti anni, in applicazioni chimiche e metallurgiche, nell'industria alimentare e nei programmi spaziali; allo stato attuale le possibili applicazioni riguardano:

  • settore industriale;
  • trasporti;
  • generazione elettrica;
  • impieghi portatili.

L'Impegno di ENEL
Per lo sviluppo dell’economia ad idrogeno Enel punta sulla produzione sia da fonti fossili , attraverso la gassificazione del carbone, sia da fonti rinnovabili con il processo di elettrolisi, sfruttando l’elettricità prodotta nelle centrali idroelettriche.
Enel, pur operando nei propri laboratori di ricerca anche nella sperimentazione e verifica delle celle a combustibile , concentra i suoi sforzi nel campo dei sistemi di conversione basati sulla combustione in quanto basati su tecnologie consolidate a livello industriale e, quindi, economicamente fattibili anche su taglie elevate. A questo proposito, nell’ambito delle attività dell’Hydrogen Park di Marghera, sta sviluppando un progetto dimostrativo di un ciclo ad idrogeno per produrre elettricità e calore, caratterizzato da un’efficienza complessiva molto elevata ed emissioni zero.

08 marzo 2006

Inceneritore di Reggio Emilia

L'inceneritore di Reggio Emilia







Municipio di Reggio Emilia

Martedì e mercoledì scorso, nel corso dei due spettacoli al Palapanini di Modena è intervenuto Stefano Montanari, il ricercatore modenese che, insieme con la moglie Antonietta Gatti, ha studiato gli effetti
sull'organismo delle particelle inorganiche prodotte da tutti i tipi di combustione, dalle bombe all'uranio impoverito alle centrali elettriche ad oli pesanti e a carbone cosiddetto pulito, dai motori d'automobile con gli pseudofiltri antiparticolato fino agli inceneritori costruiti secondo le BAT (Best Available Technologies, vale a dire le migliori tecnologie disponibili).

La scoperta è che quelle particelle sono capaci di entrare con grande facilità nell'organismo, fino al nucleo delle cellule, e di provocare tutta una serie di malattie, alcune forme di cancro comprese, senza che esistano meccanismi biologici capaci di eliminarle. E più queste sono piccole, più penetrano e più guai fanno.

Gli inceneritori producono quantità immense di questa roba, trasformando rifiuti grossolani e puzzolenti, ma non dannosi, in oggettini micidiali. Il trucco sta nell'innalzare la temperatura d'esercizio dell'impianto in modo da produrre particelle così piccole da sfuggire alle centraline di controllo (quelle arrivano a vedere le particelle di 10 micron e gli inceneritori moderni fanno polveri molto più fini) e da far sembrare l'aria pulita, quando, invece, è piena di sozzura molto più aggressiva per la salute che non le vecchie PM10.

A
Reggio Emilia, il Comune ha deciso di costruire un nuovo inceneritore tre volte più grande (170.000 tonnellate l'anno bruciate) al posto di quello attuale nonostante le richieste dei cittadini, e rifiutava di ascoltare i risultati dei ricercatori modenesi (i quali lavorano, tra l'altro, a New York sui sopravvissuti al crollo dell'11 settembre, e in Bosnia ed Iraq sui militari ammalati di Sindrome del Golfo e dei Balcani, e sono anche stati anche a riferire delle loro ricerche alla Camera dei Lords di Londra).

Così sono state raccolte 800 firme, per statuto più che sufficienti per far parlare Montanari in consiglio comunale, e
mercoledì a mezzogiorno siamo andati in municipio a consegnarle al sindaco il quale, un po' imbarazzato, davanti ad un sacco di gente ha ascoltato la spiegazione del perché, tra tutte le maniere di liberarsi dei rifiuti, l'incenerimento è quello che non regge dal punto di vista scientifico.
Sempre per statuto il comune ha 30 giorni di tempo per invitare Montanari a riferire in consiglio.
Tutti gli studi sono eseguiti con un microscopio particolare e molto costoso che i due ricercatori rischiano di vedersi tolto dopo la pubblicazione delle loro analisi.

E allora bisogna dargliene un altro. Per ora, l'incasso di una delle due mie serate è andato per intero in conto acquisto dell'apparecchio. Poi, vedremo.

03 marzo 2006

Wallpaper Lamborghini

Ho rispolverato nei miei vecchi archivi una sfondo per il desktop, decisamente di gusto ...





...non trovate?

Il ritorno della famiglia patriarcale

SOCIETA': RISCOSSA DEI MASCHI, TORNA LA FAMIGLIA PATRIARCALE - La demografia sta trasformando il mondo e dall'ultimo rimescolamento di carte potrebbe uscire una sorpresa: il ritorno in grande stile, su scala planetaria, della famiglia patriarcale, accompagnato da un maggior potere a chi sostiene idee conservatrici. Dalla Cina al Giappone, dalla Russia a - soprattutto - l'Europa, troppe culle sono vuote e i single o le famiglie con un solo figlio sono destinati a venir spazzati via dai nuclei familiari 'di una volta'. Almeno questo e' lo scenario che prevede Foreign Policy, la rivista del think tank americano Carnegie Endowment, che dedica al futuro 'potere del maschio' la copertina dell'ultimo numero, raccontando gli studi di Phillip Longman della New America Foundation e le analisi anche della Cia sull'andamento demografico in particolare dell'Asia. Da oltre una generazione, in varie parti del mondo sta crescendo la tendenza a fare meno figli, alimentata da fattori diversi: i postumi del femminismo, le politiche che non incoraggiano a metter su famiglia e procreare, la stessa mentalita' liberal. Tutto questo, sostiene Longman - sapendo di non presentare idee all'insegna del 'politically correct' - e' destinato a sparire. ''Le societa' avanzate, che piaccia o no - afferma lo studioso - diverranno sempre piu' patriarcali. In aggiunta alla maggiore fertilita' dei segmenti piu' conservatori della societa', la riduzione dello stato assistenziale provocata dall'invecchiamento della popolazione, dara' a questi elementi un vantaggio aggiuntivo di sopravvivenza, e quindi alimentera' anche maggiore fertilita'''. I figli che usciranno dalle famiglie patriarcali, poi, saranno portati a preservare in buona parte gli stessi valori. Per sostenere la tesi, Foreign Policy attinge alla storia fin dall'eta' della pietra, alla Teoria dell'Evoluzione e alle analisi sociologiche e demografiche contemporanee, per concludere che gran parte del mondo si appresta a imbocca re un ciclo che in passato ha favorito le famiglie patriarcali. Tra i paesi che piu' risentiranno del fenomeno ci sarebbero Cina, Germania, Giappone, Spagna e anche l'Italia.